Sebastian Vettel con la Ferrari al GP di Monaco

Proviamo a vedere l’operazione FCA-Renault (ed eventualmente Nissan) da un’altra angolazione, quella del motorsport. Attualmente, un megagruppo siffatto sarebbe presente, limitandoci alle massime categorie, con ben tre team in Formula 1 e uno (la Nissan, che ha preso il posto della stessa Renault) in Formula E. Sulla griglia di partenza dei Gran Premi, dunque, la nuova realtà industriale si troverebbe con Ferrari, Alfa Romeo Racing e Renault. Ora, in un’ottica di razionalizzazione degli investimenti è probabile che il ceo dell’azienda, chiunque esso sia, si possa chiedere se abbia senso spendere un ammontare ingente di denaro per questo sforzo. Con una certa approssimazione, visto che i dati reali non sono noti, stiamo parlando di una cifra che si aggira complessivamente intorno ai 900 milioni di euro a stagione (ma potrebbero essere anche di più). Con quali risultati? Della Ferrari, non si discute: anche se non vince il Mondiale Piloti dal 2007 e quello Costruttori dal 2008, la F.1 si regge in gran parte sulla sua presenza. Quella dell’Alfa Romeo-Sauber è sostanzialmente un’operazione di marketing, con un impegno economico (si dice di poche decine di milioni) ragionevole, a fronte dei risultati in termine d’immagine e di comunicazione: si pensi solo al merito di aver ripotato un pilota italiano nei Gran Premi (anche se da Giovinazzi, a questo punto, ci si aspetterebbe qualcosa di più di quanto abbia fatto finora vedere).

Daniel Ricciardo (Renault) al GP di Monaco

Resta, dunque, la Renault. Che potrebbe costituire un problema. La Casa francese, infatti, è tornata nel Circus come costruttore nel 2016 e da allora ha ottenuto solo risultati modesti, arrivando sì quarta nel 2018, ma senza mai riuscire a portare uno dei suoi piloti sul podio. Un po’ poco per una grande azienda automobilistica e per un team che può vantare figure di spicco come il consulente di lusso Alain Prost, il direttore tecnico chassis Nick Chester, il responsabile dei motori Rémi Taffin e Marcin Budkowski, strappato alla Fia. Per non dire di piloti del calibro di Hulkenberg e Ricciardo, chiamato a sostituire il pur valido Sainz. Anche come fornitrice di motori, a differenza delle epoche precedenti l’avvento delle power unit ibride, la Renault non ha ottenuto soddisfazioni: anzi, il matrimonio con la Red Bull Racing, conclusosi con il passaggio del team alla fornitura Honda, ha portato sofferenze da entrambe le parti.  

Daniel Ricciardo con la Renault nelle prime fasi del GP di Monaco

Morale: tirando le somme, tra investimenti ingenti, risultati che non arrivano e sovrapposizione di ruoli, il megagruppo FCA-Renault potrebbe rivedere il proprio impegno in Formula 1; se non subito, magari a partire dal 2021, anno in cui diverse cose (ma non si sa ancora quante e quali) dovrebbero cambiare. Un problema, però, per il Circus, se si decidesse di sacrificare la Renault, magare riaffidandole solo il ruolo di fornitrice a team terzi delle power unit (e non è detto, viste le difficoltà incontrate nel cercare di rendere competitiva l’unità). Anche perché l’ipotesi di semplificare il sistema ibrido, che avrebbe dovuto attirare altri costruttori (dalla Cosworth all’Aston Martin), è definitivamente tramontata, di fronte alla (comprensibile) opposizione di chi ha investito somme enormi per rendere competitivi i propulsori attuali (Ferrari, Mercedes e Honda). A questo aggiungiamo l’abbandono del progetto F.1 da parte dell’Audi e della Porsche, entrambe dirottate dai vertici del gruppo Volkswagen sulla Formula E. Sono sicuro che su questo tema si stia interrogando anche Liberty Media, che non può proporre uno show dai costi alti con solo 18 (o meno) vetture sulla griglia di partenza.