L’uscita di produzione dallo stabilimento messicano di Puebla della Maggiolino ha offerto un’occasione fin troppo ghiotta per celebrare questa vettura, la cui storia sconfina nella leggenda. Hitler, Porsche, l’Herbie del cinema, la straordinaria longevità e i numeri da record: tutti gli ingredienti per la beatificazione di un mito. C’è però ancora una riflessione che merita di essere formulata. Ho avuto la fortuna di venire inviato da Quattroruote al lancio della New Beetle, avvenuto nel 1998 ad Atlanta, negli Usa. E di quei giorni ho ricordi vividi: la schiera di esemplari gialli e rossi che ci attendevano nel parcheggio dell’hotel (un improbabile finto chateau, circondato da vigneti), la festa a tema “flower power” organizzata per la sera della presentazione, la colonna sonora a base di Beach Boys, Jimi Hendrix e Janis Joplin, la gente che ci fermava, durante il test drive sulle strade della Georgia, per sapere quando la macchina sarebbe arrivata e a che prezzo. Cronaca di un successo annunciato, insomma. Sul quale tutti i presenti avrebbero scommesso a occhi chiusi, tanto la rinata Beetle era simpatica, divertente, vezzosa col suo vasetto da fiori nel cruscotto, ennesimo richiamo alla Maggiolino d’antan.

E invece, no. L’invasione di Beetle colorate non c’è stata. La macchina ha venduto, ma meno di quanto ci si aspettasse; è stata tenuta in vita, ristilizzata, proposta anche come cabrio, senza però mai sfondare veramente, su nessuno dei due lati dell’Atlantico. E mi sono spesso chiesto perché, quel giorno del ’98, io e tanti altri ci siamo sbagliati. Alla nascita, a dire il vero, le versioni previste non erano dotate di motori particolarmente centrati per il mercato europeo: un benzina dalla cubatura un po’ eccessiva per i nostri gusti (due litri, quando l’ideale sarebbe stato un 1.600), per altro con soli 115 CV, e un turbodiesel 1.900, anche lui poco generoso (90 CV). Però, come spiegazione, non credo basti. Altri difetti? Sotto la “pelle” si capiva fin troppo bene quanto ci fossero componenti prese di peso dalla banca organi del gruppo Volkswagen, che le toglievano personalità: motore e trazione anteriori, l’opposto del passato. Poi, un’abitabilità posteriore limitata, un bagagliaio modesto. Però, a ben pensarci, quest’ultimi sono difetti comuni a un’altra grande del passato riproposta ai giorni nostri, la Mini, che, invece, almeno per un bel po’, di successo ne ha avuto. Forse, la differenza tra le due rétro sta un po’ nella guida: la BMW ha saputo riproporre per la Mini quel go-kart feeling che aveva entusiasmato generazioni di proprietari, la Volkswagen no. Non c’era molta differenza nel mettersi al volante di una New Beetle o di una Golf. Ma neppure questo, in fondo, conta più di tanto: del resto, la Fiat 500 del 2007 non offre sensazioni al volante molto diverse da quelle di una Panda, eppure è stata un successo clamoroso. Insomma, a essere sincero non ho una vera risposta al quesito che mi sono posto e forse potete aiutarmi voi a cercarla. Però, di una cosa sono abbastanza sicuro: in un modo o in un altro, la storia della Maggiolino non credo finisca qui. La ritroveremo presto sotto altre sembianze. Per dire, quelle di un Bulli elettrico.