Il traffico a Bangkok (Thailandia)

Sicurezza ed ecocompatibilità delle auto sono un lusso riservato soprattutto ai Paesi ricchi. Sono le conclusioni alle quali si può facilmente arrivare partendo dai dati recentemente diffusi da due autorevoli fonti, l’Organizzazione mondiale della Sanità e l’Acea, ovvero l’associazione dei costruttori automobilistici europei. La prima ha da poco divulgato i dati relativi alla mortalità per incidenti stradali, contenuti nel Who Global status report on road safety 2018, che ha raggiunto valori impressionanti: ogni anno perdono la vita sulle strade del pianeta 1,35 milioni di persone (una ogni poco più di 23 secondi), un valore oltretutto in netta crescita rispetto all’1,2 milioni dell’indagine precedente, datata 2015. Si tratta, inoltre, della principale causa di morte per i bambini e per i giovani di età fino a 29 anni. Molti progressi sono stati ottenuti negli ultimi anni, sia sotto il profilo della sicurezza dei veicoli sia sotto quelle della legislazione sul comportamento dei guidatori, ma i risultati, a livello mondiale, sono tutt’altro che uniformi: il rischio di morire per un incidente stradale rimane infatti tre volte più alto in un Paese a basso reddito rispetto a quello di un Paese ad alto reddito. Il tasso più alto di mortalità si registra in Africa, con 26,6 decessi ogni 100 mila abitanti (con picchi di 35,9 in Liberia, 34,7 nello Zimbawe e 33,7 nella Repubblica Democratica del Congo) contro i 9,3 dell’Europa (e i 5,6 dell’Italia, mentre la media planetaria è di 18,2). Drammatica è anche la situazione in Thailandia e Venezuela (rispettivamente 32,7 e 33,7 morti ogni 100 mila abitanti). Dall’ultima indagine, solo tre aree del pianeta hanno registrato un calo di questo valore, ovvero le Americhe, l’Europa e il Pacifico Occidentale. In pratica, i Paesi ad alto reddito coprono il 15% della popolazione mondiale, dispongono del 40% dei veicoli in circolazione, ma registrano solo il 7% delle vittime totali della strada; quelli a basso reddito interessano il 9% della popolazione, dispongono solamente dell’1% dei veicoli, ma i loro morti per incidenti costituiscono il 13% del totale. Il numero dei loro decessi è, dunque, alto in maniera sproporzionata rispetto a quelli degli abitanti e degli automezzi disponibili; e questa situazione coinvolge anche i Paesi a medio reddito. I motivi sono facilmente comprensibili: nelle nazioni meno sviluppate, le infrastrutture sono precarie e pericolose e le auto più vecchie e insicure.

Le auto elettriche e il Pil (fonte Acea)

Ma il tema della ricchezza delle nazioni riguarda anche le auto considerate più ecologiche, quelle elettriche e ibride plug-in (entrambe rientranti nella denominazione Ecv, Electric chargeable vehicle). L’Acea ha messo in correlazione la loro diffusione con il Pil pro capite dei cittadini europei, scoprendo come in tutti i Paesi dell’Unione in cui la loro quota di mercato è inferiore all’1% (la metà degli Stati membri) il valore è minore a 29 mila euro. Si tratta soprattutto di nazioni dell’area meridionale del Vecchio Continente (Italia, Grecia e Spagna) e di quella centro-orientale (Lituania, Lettonia, Bulgaria, Slovacchia e Polonia, che ha la quota di Ecv più bassa di tutte, pari allo 0,2%). Al contrario, percentuali di mercato superiori al 3,5 si registrano in Stati con un Pil pro capite superiore ai 42 mila euro, come Finlandia, Paesi Bassi e Svezia. Del resto, più dell’80% di tutte le auto elettriche è venduto in soli sei Paesi, quelli con il Pil più alto, e alla quota di mercato del 49,1% di Ecv della Norvegia corrisponde un Pil di 73.200 euro, pari a più del doppio della media continentale. In linea generale, da questo punto di vista si registra una spaccatura tra Nord e Sud e tra Ovest ed Est dell’Europa, con le aree settentrionali e occidentali più benestanti e, quindi, più propense all’adozione di veicoli ecompatibili, a oggi ancora più costosi di quelli tradizionali. Dunque, come si vede, sicurezza stradale e compatibilità ambientale dei veicoli sono ancora un privilegio di quei Paesi che se le possono permettere.