Fino a due anni fa percorreva 60 mila chilometri all’anno in auto, puntualmente al volante di grosse berline tedesche che lo aiutavano a macinare strada. Poi, a 91 anni ha detto basta con questo ritmo e ha pensato bene di smettere con il lavoro. Patente immacolata, assicurazione linda e quindi al minimo, zero incidenti, rarissime le contravvenzioni.
Si tratta del padre di un mio carissimo amico, un signore molto distinto da sempre innamorato delle automobili che in gioventù, sul calare degli anni 50, era stato un ottimo pilota vincitore anche di un titolo tricolore.

L’anno scorso ha partecipato, presumibilmente, alla sua ultima gara con sulle fiancate il numero 92 in onore dei suoi anni. Guida ancora stupendamente ma quello che più conta è che ha lo stesso spirito degli anni giovanili e giorni fa ne ha dato una prova stupendo tutta la sua famiglia: ha detto basta alle noiose berlinone che per troppi anni aveva cavalcato, sempre le più nuove e sempre all’avanguardia della tecnica, e ha deciso di prendersi un’auto piccola per divertirsi ancora, una Polo GTI con 200 CV dopo essere stato incerto se preferire una 595 Abarth.

Insomma, quella passione che da tempo latita nei neo-patentati lui ce l’ha ancora e ammetto che la cosa mi diverte molto. Soprattutto perché so che ha sempre guidato con grande prudenza ma anche con destrezza sopraffina (e senza vantarsene).

Mi immagino adesso i commenti di molti: è vecchio e sarà un pericolo pubblico. E a dirlo saranno tanti, soprattutto diversi giovani ormai senza punti sulla patente o con l’auto puntualmente ammaccata perché ancora bisticciano con i parcheggi. 

Allora mi metto nei panni del legislatore che deve spesso stabilire nei vari regolamenti quello che può fare un anziano e quello che non può più fare. Con qualcuno avrà mille buone ragioni a fissare un limite e con altri prenderà grosse topiche.

Ricordo l’arrabbiatura del grande Sandro Munari che a 72 anni ancora dirigeva con l’immaginabile maestria la sua scuola di guida veloce ma che dai 65 non poteva più stare a fianco della nipote, che aveva il foglio rosa, per insegnarle al meglio come guidare. Lui, il re del rally di Montecarlo, considerato inidoneo mentre poteva farlo la mamma della ragazzina che proprio non aveva nulla da spartire con il condurre un’automobile.

Di vecchi col cappello che si incrociano al volante sono piene le barzellette, che peraltro non nascono mai per caso. Ce ne sono ancora troppi in circolazione, ma quasi tutti erano scadenti anche prima di incanutirsi. E qui sta il vero problema: troppa gente in giro guida male, ma crede di farlo al meglio. Adesso poi che la passione è scemata, sono sempre di più quelli che fanno rizzare i capelli perché sono convinti che sia permesso loro tutto. Le auto sempre più sicure fanno credere che ogni manovra sia facile e l’interesse personale spesso tracima su quello del prossimo. Chi rallenta in mezzo alla strada per trovare un numero civico, chi, tantissimi, svolta senza far uso delle frecce, i troppi che abusano del telefonino e generano panico in chi li segue, poi quelli che bevono e che s’impippano (ma questi c’erano anche 50 anni fa, però per strada c’erano meno vetture).

Insomma, in questo preoccupante panorama il papà del mio amico mi è parso un raggio di sole. Uno che a 93 anni ama ancora l’auto e la considera un mezzo di cui godere. Non per andare da qui a là, ma per andare e basta. Com’era la mia generazione quando arrivare alla patente era come salire in paradiso. “Prendiamo la macchina e andiamo a fare un giro?” era un refrain continuo perché guidare ai più eccitati garantiva adrenalina pura e negli altri semplice godimento.

Invecchiando in molti di noi si va perdendo quel gusto ed è un peccato perché ci priviamo di un grande piacere. Poi però ci sono le eccezioni che mi mettono di buonumore e ammetto che verso il papà del mio amico provo molta invidia. Se mai arrivassi alla sua età vorrei davvero avere il suo spirito.