Ci sono due modi per essere tifosi della Ferrari. Il primo è il più diffuso e riguarda la platea mondiale di appassionati della Rossa che ogni due domeniche, a volte anche per due domeniche di seguito, si mangiano il fegato per lo strapotere della Mercedes. Non è la prima volta che succede, e il grande digiuno dalla vittoria di Scheckter nel 1979 a quella di Schumacher nel 2000 può essere ancora un traguardo lontano. Però per i fans del Cavallino è una tortura continua che porta sconforto e promette disperazione.
Per contro ci sono altri tifosi della Ferrari che festeggiano ogni giorno che passa: sono gli azionisti, quelli molto ricchi che possiedono un portafoglio da fare invidia, ma anche quelli più piccoli che hanno investito il loro capitale, fossero anche poche migliaia di Euro.
Ebbene per questi ultimi è sempre festa, roba che le Frecce d’Argento non gli fanno nemmeno un baffo.
Da inizio anno a oggi il titolo è cresciuto del 70% che è qualcosa di pazzesco in tempi in cui le migliori prospettive che ti offrono in banca parlano di un 2% annuo.
Ma meglio ancora è andata a chi il 21 ottobre del 2015 ha creduto nel titolo Ferrari al suo debutto alla borsa di New York. Un azione quel giorno costava 52 dollari, il 16 luglio scorso il titolo era schizzato a 170, quasi tre volte e mezzo nel giro di poco di più di tre anni. Insomma, chi aveva investito 10 mila euro oggi se ne trova in cassa 35 mila. Mica male. E quando mai succede una cosa così.
Lo dico perché mal me ne ha incolto il 5 luglio scorso quando un amico mi ha detto che il titolo Ferrari era arrivato a 164 dollari, ma che forse valeva ancora la pena di prenderlo.
Da ignorante qual sono quando si tratta di fare affari, gli ho risposto che oramai era già salito troppo, che comprarlo il 5 luglio era davvero un azzardo tanto più che le sconfitte in pista lo avrebbero penalizzato.
Morale in 10 giorni ha guadagnato altri 6 dollari ad azione, così io mi sono tenuto le delusioni per le Rosse in pista mentre se gli avessi dato retta oggi avrei intascato quello che in 10 anni in banca (investendo non senza rischi in titoli per così dire sicuri) faticherò a portarmi a casa.
Insomma, resterò sempre il tifoso sbagliato del Cavallino, consolandomi che poi quello che conta è la salute. Però dai, un po’ gli attributi mi frullano.