L’annuncio è di quelli che mettono paura: «Al 2050 il cambiamento climatico porterà a un aumento tre l’11 e 27%, se il riscaldamento sarà modesto, e tra il 25 e il 58% se il riscaldamento sarà elevato.» Lo ha scritto alle 13:55 il 24 giugno scorso l’agenzia Adncronos riportando gli studi combinati dell’International  Institute for Apllied System Analysis (Austria), l’Università Ca’ Foscari (Italia) e la Boston University (Usa). Il riferimento è legato al maggiore consumo di energia per il raffreddamento degli ambienti. L’uso di aria condizionata, per fare una sintesi brutale.

Ce la faranno le centrali elettriche a soddisfare questa richiesta di energia? Questa è la preoccupazione sollevata dai ricercatori, ma sono conti che si sono basati sulle esigenze attuali proiettate avanti nel tempo senza tenere però in conto il mondo della mobilità che muove oggi da oltre un miliardo e duecento milioni di auto, su una popolazione mondiale che ammonta a circa 7,5 miliardi di persone. Un dato che fa ancora più paura se proiettato proprio al 2050 quando i veicoli supereranno largamente quota 2 miliardi tenendo conto delle veloce crescita sui mercati in piena motorizzazione primaria (Cina e India, ma anche tutto il continente africano). Ora, secondo i piani annunciati da molti costruttori di automobili - e chiesti a gran voce dagli amministratori pubblici europei e da quelli cinesi - la conversione verso i veicoli elettrici dovrebbe arrivare a un numero spaventoso cui bisognerà cedere una bella fetta di energia che oggi ancora è a livelli poco significativi.

Come sarà possibile far quadrare il cerchio se la domanda si rivelerà spaventosamente più alta della probabile offerta? Aumentando le centrali elettriche sporche, quelle a carbone che stanno ritrovando linfa in Germania e in altre parti del pianeta, oppure riportando in auge le tanto vituperate centrali nucleari?

La coperta minaccia di essere estremamente corta, e qui non si tratta di essere favorevoli o contrari alla mobilità elettrica, ma di trovare una soluzione che al momento nessuno riesce a vedere all’orizzonte mentre la paura di spaventosi blackout è messa in conto da tanti analisti.

Di sicuro l’energia finirà per costare molto di più e a farne le spese saranno le classi più povere del pianeta la cui sola prospettiva è quella di un impoverimento maggiore. Lo ha sintetizzato senza troppi giri di parole Bas van Ruijven, ricercatore presso l’Iiasa (International  Institute for Apllied System Analysis) «Più basso sarà il reddito pro capite, maggiore sarà la quota di questo reddito che le famiglie dovranno dedicare per adattarsi agli aumenti della domanda di energia

Se fino a ieri è stato il petrolio a segnare le sorti del mondo, con i paesi più poveri che lo cedevano a quelli più ricchi, se prima ancora a dettare le regole era stata l’acqua, domani sarà la corrente elettrica, e beato chi l’avrà. Altro che batterie da smaltire, colonnine da sistemare e accise da mettere e togliere che, guardando avanti, sembrano adesso i problemi paradossalmente più facilmente risolvibili.