Ci sono o ci fanno? Passano i mesi, passano gli anni, ma non appena il dato delle polveri sottili supera la sua soglia limite il primo e unico provvedimento è quello di impedire alle auto di viaggiare. Accadde anche in pieno lockdown quando non girava nessuno, è accaduto pure nei giorni scorsi quando tra lavoro a casa, divieti di ogni tipo, chiusure dei negozi, dei ristoranti, dei cinema degli eventi sportivi, dei musei e dei teatri di gente in giro ce n’era pochissima.

C’era da non crederci quando a fine marzo scorso, con le città spettrali senza vita e senza traffico,  l’inquinamento aumentava giorno dopo giorno. «Il Covid è strettamente legato all’uso sfrenato delle automobili» tuonava lo studio del prof Leonardo Setti dell’Università di Bologna ripreso con grandissima eco da tutti i media nazionali. All’interno della ricerca si leggeva in particolare: “…tali analisi sembrano quindi dimostrare che, in relazione al periodo 10-29 febbraio, concentrazioni elevate superiori al limite di PM10 in alcune Province del Nord Italia possano aver esercitato un’azione di boost, cioè di impulso alla diffusione virulenta dell’epidemia in Pianura Padana che non si è osservata in altre zone d’Italia che presentavano casi di contagi nello stesso periodo”.

 La sintesi della spessa relazione voleva sottintendere che la pandemia era legata alle condizioni di inquinamento da particolato atmosferico generato non soltanto dalle auto, ma che vedeva comunque le auto al centro del bersaglio.

Adesso però che il male dell’anno si è moltiplicato anche al di fuori della Pianura Padana qualcuno si è ravveduto? Ovvio che no. Certo, senza le automobili, ma anche di tutti i più disparati mezzi di trasporto (compresi quelli per le derrate, per la consegna dei medicinali, quelli a servizio di chi va a lavorare oppure a scuola oppure ancora di chi va in ospedale perché malato) il particolato sarebbe minore. Ma non sparirebbe perché, bastardo com’è, riesce a superare i limiti anche quando il traffico si riduce, anche quando si è in pieno blocco come a inizio primavera scorsa.

Quello che infastidisce, comunque, è come il problema viene posto da chi fa comunicazione attraverso la tv oppure la grande stampa. Gridava  il Corriere Milano: “Smog oltre la soglia d’allarme. Traffico il Area C in salita del 10%”. Chi leggeva restava basito, e qualcuno pure indignato perché questi automobilisti davvero esagerano. Poi uno andava a leggere e trovava scritto: “Il traffico privato aumenta, pur rimanendo a distanza siderale dai livelli normali”. Allora? C'è molto meno traffico, però la soluzione rimane una sola, la più ovvia, impedire alle auto, in primo luogo le diesel, di viaggiare.

Ci sarebbe da sbellicarsi se non ci fosse da piangere. In un Paese, l’Italia, dove anziché mettere incentivi per svecchiare il parco auto più vecchio e inquinante si preferisce metterli per i monopattini, non appena si superano le soglie non si sa fare altro che gridare al lupo anche se il lupo è confinato nei box, oppure allineato e fermo ai lati delle strade. Perché è più facile incriminarle rispetto ad adeguare le caldaie delle migliaia di edifici pubblici che sputano veleno a più non posso, e meno costoso che  aggiornare i troppi bus inadeguati. Due pesi e due misure, niente di nuovo sotto il sole.