Ancora una volta un grande capo del mondo automotive in questo caso Tavares che guida il Gruppo Stellantis, ha lanciato un allarme forte e chiaro sul futuro elettrico: «nel giro di pochi anni non ci saranno in giro sufficienti batterie e ci dovremo legare mani e piedi ai cinesi.» Qui lo diciamo da tempo, ma non è un po’ tardi per accorgersene?

Non è la prima occasione in cui Tavares grida la mondo le sue preoccupazioni e prima di tutti era stato il grande capo di Toyota a dichiararsi perplesso oltre che scettico. Eppure tutti i costruttori sembrano rassegnati a una riconversione che non convince e che supinamente subiscono.
Tavares ha parlato al Financial Times manifestando grande preoccupazione e sostenendo che il nodo delle forniture rappresenterà per il settore una fase darwiniana, con una selezione feroce fra i protagonisti: nei prossimi 3-4 anni le case automobilistiche avranno difficoltà ad avere batterie e «chi non sarà capace di trasformarsi avrà problemi».
Sono anni che gli analisti indipendenti ne sono convinti: la via obbligata all’elettrico costerà sacrifici enormi ai costruttori, molto dei quali finiranno in bancarotta, e rappresenterà una vera mazzata per gli automobilisti che si troveranno impossibilitati a possedere una vettura di proprietà perché i prezzi saliranno vertiginosamente.
Possono non rendersene conto i padroni del vapore? Sembra impossibile, e allora bisogna capire per quale motivo non ci sia una rivolta prima della catastrofe economica. Sempre Tavares aggiunge che le case automobilistiche potrebbero non essere in grado di costruire i propri impianti di batterie abbastanza velocemente per evitare carenze. «Verso il 2025 o 2026 scarseggeranno le batterie - prevede - o, in alternativa, ci sarà una dipendenza significativa del mondo occidentale dall'Asia».
Niente di nuovo sotto il sole per chi non viaggia con i paraocchi. Figuriamoci sentirgli affermare anche che è preoccupato su come e dove siano state estratte le materie prime necessarie. Aggiungendo che il nodo scorte potrebbe influenzare anche la capacità di mantenere le auto a prezzi accessibili nel passaggio ai modelli elettrici, con problemi di margini per i produttori.
Ma guarda un po’? È chiaro che sarà così, così com’è chiaro che lo spazio delle auto economiche verrà regalato alle scatolette cinesi che invaderanno il mercato entro il 2030. Piccole, anonime, elettriche ma anche le sole alla portata del portafogli dei più.
Quello che si fa fatica a capire è perché se pur tutti sanno i rischi cui stiamo andando incontro si continui a non reagire alle imposizioni politiche accettando di andare a sbattere. La riprova la dà lo stesso Tavares quando dopo aver segnalato tutti i rischi all’orizzonte annuncia che vuole portare Stellantis a vendere 5 milioni di veicoli elettrici entro lo stesso 2030 sottolineando però che: «Tutti riverseranno veicoli elettrici sul mercato, ma dov'è l'infrastruttura di ricarica? Senza parlare dei rischi geopolitici di approvvigionamento delle materie prime necessarie.» Un bisogno che potrebbe comportare quei conflitti anche cruenti che tutti immaginano e temono.
L’orizzonte è cupo ma l’industria automobilistica si adegua, subisce passiva e ricorda la mucca che mangia l’erba tra i binari mentre sta arrivando il treno. Avrebbe tutto il tempo per scansarsi, ma si sa che non lo farà e verrà travolta.