È davvero dura la vita per Kimi Raikkonen nel Mondiale Rally, ancora una volta ritirato per incidente, e non potrebbe essere altrimenti perché la disciplina è molto specialistica e l’asso finlandese è soltanto alla sua settima gara in assoluto, la seconda nel calendario iridato. Kimi corre con una vettura estremamente competitiva e su fondi a lui decisamente poco noti (neve in Svezia, terra in Messico): l’esperienza non si inventa e questa lacuna è difficile da accettare per uno abituato a combattere al più alto livello.Il suo problema rimane la voglia di ottenere prestazioni velocistiche da assoluto. Se si accontentasse di terminare le corse nei primi dieci, visto il mezzo di cui dispone e delle sua naturali grandi doti di guida, non avrebbe problemi. Al primo anno, senza una carriera nei rally alle spalle, sarebbero risultati che farebbero la gioia di qualsiasi altro pilota, ma essendo lui un campione del mondo, oltretutto della disciplina più importante delle quattro ruote, non gli basta. Lui vuole lottare per la vittoria e questo lo porta ad osare al limite delle sue capacità.Oggi nei rally si prova troppo poco e un pilota al suo primo anno non può conoscere i percorsi avendo potuto effettuare ricognizioni limitate. I suoi rivali hanno in mano le strade e hanno tecniche collaudate alle spalle, un vantaggio troppo grosso e oggettivamente incolmabile.Ma Kimi è testardo. È arrivato in F.1 dopo pochissime gare in monoposto (per di più con la piccola F.Renault) e non ha avuto problemi con le vetture più potenti del Circus. Nei rally è diverso. I fondi cambiano, le manovre improvvisate non si... improvvisano, i segreti si scoprono soltanto gradualmente. Insomma non ci vuole più coraggio, ci vuole più tempo. Raikkonen, quando non sbatte non va per niente piano e sull’asfalto se la caverà probabilmente molto meglio, ma non può farsi illusioni di impadronirsi in fretta della specialità.A indisporre, semmai, sono i risolini di quelli dei rally, un mondo straordinario che però vive sempre con fastidio l’arrivo di celebrati campioni da altri mondi. Quando Loeb, talento eccelso, si è presentato per correre a Le Mans nessuno lo ha guardato con disgusto e nessuno, in cuor suo, ha sperato che facesse una figuraccia. Nei rally accade un po’ il contrario, soprattutto tra gli appassionati. Era successo così con Valentino Rossi e accadrà ancora: i rallisti soffrono perché la loro disciplina non ha il ritorno mediatico della F.1 o del Motomondiale, però quando arriva l’interesse dei media, trainato dalle stelle che vanno a correre sulle strade soprattutto per divertirsi, si chiudono a riccio e sperano soltanto che gli intrusi tornino a casa. Peccato che sia così: in fondo per gli assi dei rally è la grande opportunità di far vedere quanto sono bravi.