Mal comune mezzo gaudio? Il vecchio detto non calza mai bene quando si parla di industrie e di lavoro, semmai la preoccupazione deve essere doppia.
Il tema è alla ribalta in questi giorni allorché si riparla di nuovi contatti tra FCA e Renault, un accordo che può fare molto bene ai due Gruppi ma che preoccupa abbastanza i sindacati di qua e di là delle Alpi per paura che si finisca col chiudere o comunque ridimensionare qualche stabilimento con inevitabile perdite di posti di lavoro temendo sovrapposizioni di modelli negli stessi segmenti di mercato.
Quindi, molto per mettere le mani avanti, nei giorni scorsi Les Echos, il più importante quotidiano economico francese, ha soffiato sul fuoco non toccando direttamente il possibile accordo ma lanciando un forte allarme per il crollo della produzione di auto in Francia dove due colossi come Renault e PSA nel 2020 arriveranno a dimezzare il numero delle auto prodotte nel Paese, 1,7 milioni contro i 3,4 di 15 anni fa.
Sotto accusa sono i continui trasferimenti all’estero di modelli che fanno numeri importanti, adesso in particolare la 208 che sarà prodotta in Marocco, la 2008 che passerà da Mulhouse a Vigo, l’Opel Grandland X da Sochaux a uno stabilimento tedesco, e poi la Renault Clio che dovrebbe lasciare lo stabilimento di Flins alle porte di Parigi.
L’inesorabile caduta, la chiama Les Echos, e tra le righe si evidenzia la minaccia che potrebbe venire dall’accordo di Renault con FCA. Un segnale che viene mandato prima di tutto ai politici per metterli sull’avviso dei rischi alle porte.
Mal comune dicevo all’inizio, perché anche la produzione italiana negli ultimi 12 anni si è a sua volta dimezzata, pertanto anche in casa nostra non c’è proprio da festeggiare così come non festeggiano in Germania dove molti modelli sono scappati in fabbriche esotiche con una tensione latente che non promette nulla di buono anche perché i piani di elettrificazione di tanti modelli futuri significherà un grosso taglio di maestranze, diventate inutili vista la semplificazione dei componenti a bordo. Peggio ancora è poi l’orizzonte degli inglesi con la Brexit che incombe; in sintesi per i “Paesi grandi costruttori” il panorama generale si presenta a tinte fosche.
Nuvole nere per l’occupazione insomma. Chi gode per ora sono gli operai di Polonia, Slovacchia, Ungheria, Serbia, ma anche Spagna e Paesi dell’Africa del nord. Un trend che porta il lavoro dai Paesi più evoluti a quelli con la manodopera più a buon mercato. Sembrava una minaccia vent’anni fa ed è diventato un grido di dolore oggi.