Alla fine c'è scappato il morto. Un sessantenne si stava recando al negozio con il suo monopattino elettrico e in una rotonda è stato investito da una donna di 35 anni a sua volta diretta sul posto di lavoro.

Come sia successo ancora non è chiaro: era mattina, la visibilità era ottima, la signora era sobria e la sua velocità tutt’altro che sostenuta. Ma la strada è una provinciale dell’hinterland bolognese, non una via del centro, e la sua ampiezza complica, piuttosto che aiutare, la situazione perché già nelle rotonde si vede di tutto quando s’incrociano le auto ed è presumibile che sia ancora peggio quando deve farsi largo un mezzo dall’equilibrio precario e con le prestazioni esagerate in rapporto alle ruote .

In sintesi balza subito all’occhio tutta l’inadeguatezza del monopattino per un uso al di fuori delle corsie protette, perché parificarlo alla pur semplice bicicletta è un vero azzardo.  Per cominciare il monopattino ha un impianto frenante davvero inadeguato e chi lo usa quasi mai indossa il casco. In più i dispositivi luminosi, per quanto obbligatori, sono comunque poco visibili perché lo spazio per sistemarli è quello che è.

Ricordo tanti anni fa, quando si stava introducendo l’obbligo delle cinture di sicurezza a bordo delle vetture, che la Sabelt portava nei saloni automobilistici uno scivolo su cui poteva salire il pubblico seduto su un seggiolino che si spostava alla velocità massima di appena 10 chilometri orari e che poi finiva contro un ostacolo fisso. L’impatto faceva davvero impressione seppure la velocità di marcia fosse davvero contenuta, quindi faceva capire l’importanza di stare a bordo ben trattenuti.

Il messaggio che viene da questo primo incidente mortale è che chi ci governa agisce sempre sull’onda ideologica mai approfondendo la materia sui cui legifera, salvo scoprire strada facendo la complessità delle situazioni. Il campanello d’allarme è appena suonato. Prepariamoci al peggio.